RICORDANDO ACCA LARENZIA

ROMA - Trentadue anni fa, Acca Larenzia...

Quel 7 gennaio fu una brutta notte della Befana: la peggiore che io ricordi, nell'unico anno in cui non cadeva fra il 5 e il 6. Nell'ambiente dell'allora Movimento Sociale Italiano, in molti eravamo convinti (o perlomeno speravamo) che dopo gli assassini di Venturini a Genova, Mazzola e Giralucci a Padova, Ramelli e Pedenovi a Milano, Mikis Mantakas e Mario Zicchieri a Roma, dopo gli scontri con l'ultra-sinistra degli ultimi anni settanta, il peggio fosse passato: invece doveva ancora arrivare e si confermò in tutta la sua crudezza negli anni successivi. Così l'imbecillità e la vigliaccheria di "allievi BR" si trasformò in tragedia, con altro giovane sangue versato di fronte alla Sezione MSI del Tuscolano, quello di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, cui si aggiunse poche ore dopo quello di Stefano Recchioni, per mano sciagurata di un Capitano dell’Arma dei Carabinieri. Poteva capitare a chiunque in quegli anni facesse politica dalla "parte sbagliata" o, con un linguaggio più recente, in nome del "male assoluto". Qualche giorno fa il solito utile idiota, incoraggiato e istigato dai cattivi maestri di allora, ha pensato bene di rinverdire i fasti di quelle "giornate radiose" incendiando la sede di FN all'Appio, ai cui militanti va la mia incondizionata solidarietà: evidentemente quelle originalissime idee sociali e partecipative che fecero grande l'Italia sono ancora tanto attuali da far paura a più di qualcuno. La difesa di valori come la vita e la famiglia, le battaglie sociali e ideali di ieri sono, anche se attualizzate e aggravate dalla crisi del sistema liberal-capitalista, le medesime di oggi; molti uomini invece, da quel 1978, sono cambiati in nome di comode poltrone e dei molti agi riconosciuti ai parassiti della società, in disprezzo della memoria di quei ragazzi e di chi oggi ragazzo più non è ma fatica ad arrivare con il suo sudato stipendio alla fine del mese. Speriamo di non incontrare questi novelli "gattopardi" in quel luogo di dolore ove, in rispetto del sacro ricordo dei Camerati, non è opportuna la presenza di chi "Camerata" non si sente più.

Roberto Bevilacqua