MS FIAMMA TRICOLORE
SEZIONE DI MILANO

 
 

REGIME INCAPACE DI DARE RISPOSTE AI PROBLEMI SOCIALI

Risparmio a coloro che avranno la pazienza di leggere queste brevi riflessioni le ricostruzioni sull’evoluzione del diritto del lavoro negli ultimi trenta anni e cerco subito di capire cosa è oggi il lavoro in Italia
Il massiccio ingresso della donna nel mondo del lavoro ha comportato profondi mutamenti nell’organizzazione familiare. Scomparsa la famiglia patriarcale, il nucleo familiare in senso stretto è privato di tutta una serie di sostegni su cui poteva contare per allevare i figli ed anche i riferimenti educativi sono venuti meno con la pericolosa intrusione dei mass-media di fatto chiamati a sostituirli.
A ciò si aggiungano i cambiamenti provocati dalle famiglie provenienti da altri paesi con modelli culturali di riferimento diversi dai nostri. Il confronto o l’incontro tra culture diverse e la nostra determina nuovi problemi. Occorre garantire il diritto alla salute, alla scuola, alla formazione professionale, al lavoro, all’organizzazione del tempo libero, alle cure, ai servizi, alla libera manifestazione del pensiero, alla partecipazione, alla diversità e quant’altro ancora. Per fare tutto ciò occorre garantire le pari opportunità per tutti che devono trovare applicazione concreta giorno dopo giorno.
Se si parla di diritti, di uguaglianza intesa in senso giuridico, di pari opportunità, significa assimilare ed accettare il concetto di diversità ma la diversità, in quanto tale non si risolve offrendo gli stessi strumenti a tutti in quanto ciò non garantisce parità di diritti. La diversità impone di offrire una pluralità di interventi che non accentuino le differenze altrimenti si lascerebbero indietro coloro che poco hanno, coloro che abbisognano di tempi diversi, coloro che parlano linguaggi diversi e coloro che hanno capacità diverse. In sostanza occorre effettuare interventi che riconoscano le differenze e le persone che sono portatrici di queste differenze. Solo operando nella direzione sopradescritta si può valorizzare e sostenere la convivenza, il dialogo, la solidarietà e l’integrazione nel reciproco rispetto. Si tratta pertanto di valori la cui applicazione concreta richiede un enorme quanto difficile lavoro. Spetta ai comuni sostenere, sollecitare, intervenire, agevolare lo scambio, il confronto, la messa in circolazione delle diverse culture, dei dubbi, delle felicità, delle sofferenze, delle potenzialità affinché possa svilupparsi una cultura della solidarietà e di un sempre maggior grado di autonomia.
Insomma occorre saper cogliere i cambiamenti sociali e muoversi con estrema attenzione sul terreno di una realtà complessa e soggetta a mutamenti sempre più rapidi.
Siamo veramente in grado di fare tutto questo laddove le correnti di pensiero si diversificano nel momento delle scelte? Le moderne politiche sociali dovrebbero dare una risposta tenendo conto anche del fatto che il ruolo della famiglia è cambiato ma nessuno è in grado con precisione di spiegare in cosa consista il cambiamento. Tutto sembra ridursi ad affiancare la logica assistenziale da fornire alle famiglie con la valorizzazione delle potenzialità di cui sono capaci in ragione dell’importante funzione sociale che la famiglia svolge. Come si nota ho descritto una bella cornice applicata ad un quadro che, ad avviso del sottoscritto esiste solo in termini di progettazione. Certamente i Comuni pongono in essere politiche sociali che però ritengo inadeguate all’ambizioso progetto il cui fallimento può solo alimentare turbamenti sociali raramente di stampo razzista anche se contrabbandati per tali dal regime dei partiti rappresentati attualmente in Parlamento. Il vizio di fondo in tutto quello che ho descritto sinora è ravvisabile in una concezione che sposta l’uguaglianza giuridica sul terreno dell’egualitarismo commettendo così l’errore di credere che l’esercizio effettivo della libertà da garantire a tutti si raggiunga eliminando le disuguaglianze retributive esistenti nel mondo del lavoro dipendente.

 

 

Certamente occorre garantire una soglia minimale di benessere da assicurare a tutti e pertanto il reddito è indicativo del tenore di vita e costituisce un criterio di misurazione delle disuguaglianze ma reddito e patrimonio non sono parametri che consentano di individuare le reali condizioni di vita dei singoli soggetti né consentono di stabilire l’entità effettiva delle disuguaglianze sociali. La povertà economica è semmai l’aspetto più grave ed intollerabile di un fenomeno più generale che è appunto la disuguaglianza. In altri termini appare corretto affermare che si può avere anche un buon reddito singolo ma se su quel reddito campano dieci persone si può registrare uno stato di povertà economica che, in quanto tale, è intollerabile e rappresenta la vera disuguaglianza. Dall’unità d’Italia ad oggi continua a permanere la questione meridionale oggi aggravata anche da una questione settentrionale che, con la chiusura di una miriade di piccole e medie imprese, sta determinando situazioni di povertà economica sempre più allarmanti. A questo punto sorge spontanea una domanda: come si fa ad assicurare a tutti una uguaglianza di base nelle condizioni di vita? Così ragionando non si rischia forse di scivolare in un piatto egualitarismo? Cosa può significare uguaglianza di base? Un minimo vitale da conseguirsi facendo leva su prelievi fiscali? Secondo Ermanno Gorrieri “La giungla fiscale (1972) l’uguaglianza di base si può conseguire garantendo una soglia di benessere da intendersi come fruizione di una quota adeguata dei beni che concorrono a formare la qualità della vita. Ciò sarebbe possibile garantendo a tutti uguali opportunità. Chi scrive non è un esperto della materia ma, avendo in mente la socializzazione delle imprese, il sistema della cogestione, il corporativismo, Ugo Spirito e quant’altro, ben conoscendo il fallimento del comunismo inteso in senso lato partendo dalla collettivizzazione dei mezzi di produzione, l’inadeguatezza del liberismo economico, la mostruosità del capitalismo liberista e della cosiddetta era post-capitalista, l’assurdità di un’economia basata sulla globalizzazione, tutti temi che dovranno essere affrontati partitamene uno per uno, avendo dicevo ben chiare le idee sugli strumenti da applicarsi ed attivarsi per la soluzione del problema, si rileva quanto vuota di strumenti operativi sia la tesi prospettata da Gorrieri in quanto giunge subito ad una conclusione accettabile senza però offrirci la via da percorrere per raggiungere gli obbiettivi. Le disuguaglianze esistono e sono diffuse nell’intero corpo sociale e le famiglie stanno diventando sempre più povere. Resto pertanto perplesso nel constatare la mancanza di lungimiranza dei nostri politici di professione che siedono in Parlamento, che hanno preso la proposta Gorrieri elevandola a sistema configurando una riforma complessiva in senso universalistico delle misure di sostegno al reddito senza una vera e propria progettualità. Questo governo dispone addirittura di un ministero delle pari opportunità e sono sicuro che per la maggior parte degli italiani sia un mistero capire esattamente di cosa si occupi quel dicastero. In realtà tutto quello che mi sono sforzato di sintetizzare con questo intervento è di mettere bene in luce la pochezza dell’attuale sistema le cui politiche sociali sono inesistenti o fumose, tali da non garantire niente e nessuno comprimendo sempre di più l’acuirsi di tensioni sociali non più soltanto tra italiani ma anche tra italiani e comunità straniere. Ma ogni partito in Parlamento spera di trarne beneficio in quanto vi sarà sempre la possibilità di appellarsi ai valori della democrazia per soffocare le proteste come incivili insorgenze di stampo razzista ovvero fomentate da organizzazioni criminali. Tutto ciò dimostra l’attualità del nostro programma sociale quale unica soluzione alla complessa articolazione dei rapporti di lavoro attuali.
 


Gabriele Leccisi